Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS

Sezione Provinciale di Agrigento

Onlus

 


Sezione in allestimento


Pagina Precedente
Home Page


L’indennità di accompagnamento spetta anche ai malati in fase terminale -
Cassazione Sezione Lavoro n° 7179 del 10.05.2003 - Pres. Ciciretti, Rel.
Cementano
a cura dell’avv. Paolo Colombo coordinatore del C.D.G.

"La presenza di gravi patologie, tali non solo da rendere l'individuo inabile al
100%, ma da fare ragionevolmente prevedere che la morte sopraggiunga proprio in
dipendenza delle stesse, non esclude il diritto all'indennità di accompagnamento
(di cui all'art. 1 della Legge n° 18 del 1980 e all'art. 1 della Legge n° 508
del 1988) finché l'evento letale sia certus an ma incertus quando, non apparendo
razionale e rispondente alle finalità della legge negare la necessità di
un'assistenza continua per il fatto che, entro un periodo di tempo imprecisato
sopraggiungerà la morte a causa delle patologie invalidanti. L'indennità può
essere negata solo quando sia possibile formulare un giudizio prognostico di
rapida sopravvivenza della morte, in ambito temporale ben ristretto, tanto che
la "continua assistenza" risulti finalizzata non già a consentire il compimento
degli atti quotidiani (tra i quali l'alimentazione, la pulizia personale e la
vestizione), ma a fronteggiare una emergenza terapeutica."

NOTA
Accudire un proprio caro, costretto a letto dalla malattia totalmente
invalidante, dà diritto al sostegno dello Stato. La mancanza di un "minimo di
vitalità del menomato grave" non può determinare il rifiuto dell'erogazione
dell'indennità di accompagnamento. L'assegno staccato dal ministero
dell'Interno, infatti, ha lo scopo d'incoraggiare il nucleo familiare a farsi
carico del soggetto inabile, evitando un ricovero in ospedale gratuito, che si
profila ben più oneroso per lo Stato. Con la sentenza 7179, la Cassazione sembra
estendere ulteriormente la portata del sostegno economico garantito sulla base
delle leggi 18/1980 e 508/1988.
Ad avviso dei giudici, l'indennità può essere negata solo se la morte
dell'invalido è pronosticata come imminente. E cioè, solo quando sia possibile
formulare un giudizio prognostico di rapida sopravvenienza della morte, in
ambito temporale ristretto, tanto che la continua assistenza risulti finalizzata
non già a consentire il compimento degli atti quotidiani (tra i quali
l'alimentazione, la pulizia personale e la vestizione), ma a fronteggiare
un'emergenza terapeutica. Concludere in questo modo, a parere della Suprema
Corte, non sarebbe razionale e rispondente alle finalità della legge.
Al contrario, l'aiuto pubblico non va precluso sulla base del fatto che le gravi
patologie, invalidanti al 100%, finiranno con il provocarne la morte.
La sezione Lavoro della Cassazione ha di fatto smentito le conclusioni alle
quali era arrivata la Corte di appello di Bari. Il collegio di secondo grado
aveva negato la spettanza dell'indennità alle eredi di un invalido, che aveva
fatto richiesta dell'assegno nella fase terminale della sua vita, su presupposto
che la norma presupponga un minimo di vitalità del menomato grave, il quale deve
potersi muovere e svolgere gli atti della vita nel contesto sociale e familiare.
Un ragionamento inaccettabile, in virtù della ratio della norma, confermata da
altre sentenze della stessa Corte di legittimità (tra le altre la 11843/92 e la
11925/00). Il principio enunciato dalla Cassazione con la sentenza in commento,
pur riferendosi specificamente ad un ipotesi d'invalidità civile, senz'altro può
riferirsi anche all'indennità di accompagnamento erogata in favore dei ciechi.